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“Maykol, ragazzo dai ritmi e dai meccanismi misteriosi. Ha 18 anni, anche se tende a palesarne molti di più. Non ama le meringhe e i posti chiassosi. E’ alla ricerca di qualcosa di cui non conosce che l’ombra, impercettibile agli occhi ma visibile al cuore. Risiede in provincia di Parma ma vive a Cremona. Vecchio dentro ma giovane fuori. Aspro all’apparenza, morbido al tatto. Uomo e al tempo stesso bambino. Intelligente, ma poco portato per l’ambiente scolastico. Pieno di sé sebbene il suo animo sia ricolmo di insicurezze maturate nel corso degli anni. Si diletta in molto ma non eccelle in nulla; pieno d’iniziative che non si realizzeranno mai completamente. Casto e libidinoso. Nippofilo che odia la cucina orientale. Predica (molto) bene, razzola (molto) male. Ama ricercare contraddizioni nei volti altrui per nascondere le proprie. Assolutamente un solitario. Vorrebbe rinascere come quattro identità distinte. Non ama presentarsi, tant’è che questa sua piccola introduzione non lo soddisfa affatto.”
- Ritratto di Maykol Robuschi -
“Questa traccia pare essere nata dal desiderio del fato di assecondare le mie mania di protagonismo.”
Su una tela scriverei, perché non so disegnare, anche se ammiro tantissimo le persone che sanno farlo. Eppure, per l’occasione… partirei dallo sfondo, delineerei i contorni, metterei a fuoco il soggetto.
Su una tela scriverei.
Maykol, nome atipico quanto la persona chiamata in questo modo inconsueto – così dicono le cronache del tempo – .
Molti lo ricordano vagamente, un punto, un’ ombra. Una realtà apparente e una personalità di sfondo. Così lo delineerei.”
“Poche sono le persone che rispondono placidamente “Sì, lo conosco”, e i più preferiscono mantenere un silenzio compassionevole nei suoi confronti. Non riesco a focalizzare il soggetto nella mia mente, mi aiuto con uno specchio: qualche sedicente personaggio in più avrebbe potuto inventare uno strumento per specchiare il proprio animo. Una di quelle-persone-che-si-studiano-a-scuola una volta disse “Gli occhi sono lo specchio dell’animo”. Eppure queste cavità castane sembrano essere diventate opache molto tempo fa. Chi ha più il coraggio di esporsi, al giorno d’oggi? Sicuramente non Maykol, o almeno non con chiunque: i contentini non lo soddisfano più e dopo essere rimasto una volta di troppo con un pugno di mosche in mano, si è convinto che il placebo non funziona, non con lui.”
“Una posa adatta all’occasione, pigro, svogliato, a detta dei suoi insegnanti “Accidioso”: Il gattopardo del nuovo secolo! Stravaccato su una superficie instabile, pur sapendo che cadrà e si ferirà di ancora. La tela grida vendetta ai cieli, ma ormai il misfatto è compiuto. Così lo abbozzerei. Quel che rimane, sono solo dettagli, puntini sulle i, ghirigori di dubbio valore effettivo. Una luce sterile ad illuminargli il capello ribelle, qualche ombreggiatura per sottolineare la sedentarietà tipica degli elementi come lui. Un po’ mi commuovo, non so se è quello che volevo, mi ricorda un po’ quell’immagine del clown malinconico che dipinse mio padre in gioventù. Che fosse anche quello un autoritratto?”
Mi siedo, la costanza non è una delle mie virtù, e ancora mi chiedo come io possa scavare in me stesso quando ancora non ho sviluppato una maturità tale da permettermi simili libertà. Probabilmente anche questo dice qualcosa di me. Una virgola di troppo, una linea calcata eccessivamente rovina i dettagli anatomici tracciati precedentemente. E sebbene io ancora non sappia come risulterà il lavoro completo – e l’incognita mi scoraggia – decido comunque di dargli colore. Bianco e Nero, la visione del mondo che ti insegnano fin da piccolo, il bagaglio morale che ti porti appresso per gran parte dell’adolescenza, ecco per quale scelta cromatica opterei.
Ha un che di Yin e un po’ di Yang, sebbene il soggetto sia ben lontano dall’equilibrio.
Come posso, infine, non riconoscermi in ciò che ho partorito? Una maternità intellettuale di ben 75 minuti, personalmente lo considero un record. E sebbene possa sembrare fuori dagli schemi, sì, questo è il ritratto di Maykol Robuschi, lui è me, ed io sono il clown.



